Una valanga di firme contro il
trattato di libero scambio
Il Ttip, è l’acronimo di Transatlantic Trade and Investment Partnership. Si
tratta di un trattato tra Europa e Stati Uniti d’America tendente ad accelerare
il processo di globalizzazione, trattato che unisce Europa, Canada e Stati
Uniti in un unico mercato di quasi un miliardo di consumatori. I difensori del
Trattato affermano che solo l’unione commerciale potrà far fronte alla
concorrenza delle nuove nazioni emergenti, imponendo a paesi come Cina,
Brasile, India standard qualitativi più alti.
Le ambizioni dei negoziatori vanno al di la dell’accordo
commerciale. Il cosiddetto Ttip prevede la liberalizzazione dell'accesso ai
mercati, con l'abolizione delle tariffe doganali; nuove regole per abolire le
barriere non doganali e per garantire la tutela dei marchi di origine anche al
di là dell'Atlantico.
Secondo la Commissione i benefici in termini economici sarebbero enormi. I tempi sono stretti, poiché i lavori dovrebbero concludersi entro il 2015, ovvero prima delle elezioni presidenziali americane, con un aumento delle esportazioni al di qua ed al di la dell’atlantico.
Secondo la Commissione i benefici in termini economici sarebbero enormi. I tempi sono stretti, poiché i lavori dovrebbero concludersi entro il 2015, ovvero prima delle elezioni presidenziali americane, con un aumento delle esportazioni al di qua ed al di la dell’atlantico.
Il principio secondo cui un prodotto autorizzato in Europa
può essere venduto negli Usa e viceversa, senza trafile burocratiche è in
teoria una semplificazione ed in apparenza una soluzione di molti problemi.
Ma è evidente che un accordo di questo genere comporta una
rivoluzione nel mondo dei consumi. E’ prevedibile l’invasione della carne agli ormoni, o
trattata con antibiotici, di polli sterilizzati con la varechina, di verdure, grano,
mais, soia e colza prodotti da colture geneticamente modificate, in parte già
in atto, anche in Italia. E’ altresì inevitabile che l'Europa subirà la
concorrenza sleale dell'industria agroalimentare americana, avvantaggiata da una
legislazione meno severa di quella europea. I difensori dell'accordo sostengono
che gli europei saranno liberi di scegliere grazie ad un dettagliato sistema di
etichettatura, e ribattono dicendo che la produzione europea, di qualità
mediamente superiore, sarà tutelata su un mercato americano che si sta ormai
orientando verso prodotti più sani e più raffinati.


Le decisioni, infine dipenderanno dal potere che avrà il vecchio continente di tutela delle normative poste a salvaguardia della specificità culturale europea. Infatti la discussione si è ancor più accesa sulla concessione alle multinazionali americane di ricorrere ad arbitrati internazionali per aggirare specifiche normative europee, la cosiddetta clausola Isds.
Ma veniamo alle ragioni per cui improvvisamente diviene
impellente la ratifica dell’accordo. I motivi sono intrinsechi alla profonda
crisi economica americana. Dal 2007 ad oggi il sistema economico USA ha creato
sì, 1.085.000 posti di lavoro ma contemporaneamente ha espulso dalla forza
lavoro ben 13.300.000 persone, malgrado la comunicazione ci passi dati derivati
da filtri della realtà statunitense utilizzati maglie strette e non adatti a
descrivere la profondità della crisi sociale americana. Anche il presunto boom
della crescita USA rischia di essere solo l’effetto di una distorsione ottica
(*).

Perché non cominciare a sviluppare una idea concreta di mercati locali, di economia interna e di lotta agli
sprechi, ovvero spostare la priorità dal mercato globale e globalizzato alla creazione di posti di lavoro?
Francesco Badalini
MDF Verona
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